Recensione
Dune è la summa del lavoro di Denis Villeneuve, il film in cui tutti gli elementi tipici del suo cinema convergono per generare quello che sembra essere il sogno di una vita: portare sul grande schermo l’opera monumentale di Frank Herbert riuscendo, finalmente, dove due maestri assoluti avevano fallito prima di lui, seppur per ragioni molto diverse.
Se con Blade Runner 2049 Villeneuve aveva probabilmente toccato il proprio apice espressivo e narrativo, con Dune cerca di superarsi, affrontando un materiale di partenza estremamente complesso e stratificato e trasformandolo in un’esperienza cinematografica di straordinaria potenza.
Il risultato è un film che, pur essendo chiaramente concepito come il primo capitolo di un progetto più ampio, riesce a trovare una propria identità e soprattutto a restituire la dimensione epica, politica e spirituale del romanzo di Herbert.
La centralità del deserto ha sempre caratterizzato, in qualche modo, il cinema di Villeneuve fin dal suo esordio. Era infatti il luogo del concepimento in Un 32 août sur terre, e in Dune torna, sotto nuove forme, ad esserlo.
Nell’aridità geografica ed emotiva del deserto è destinato a nascere un nuovo Paul, un nuovo culto, un nuovo destino per l’umanità. Non è un caso che proprio tra le dune di Arrakis, il luogo più inospitale della galassia, si nasconda la sua più grande ricchezza, nonché la fonte stessa della sopravvivenza dell’universo: la spezia.
Ma non è soltanto questa sostanza a costituire il grande potere del deserto. Il vero cuore di Arrakis è rappresentato soprattutto dalla popolazione oppressa dei Fremen, il popolo che vive in simbiosi con un ambiente apparentemente impossibile da abitare e che custodisce una propria cultura, una propria identità e una propria idea di libertà.
È tra loro che Paul Atreides, come una sorta di moderno Lawrence d’Arabia - riferimento evidente e più volte citato dallo stesso Villeneuve - dovrà immergersi per compiere il proprio destino attraverso quello del popolo che lo accoglie.
Il deserto diventa così molto più di un semplice scenario. È un luogo di trasformazione, di morte e di rinascita, capace di modellare i personaggi e di determinare il corso degli eventi. È, ancora una volta, uno spazio fisico che diventa anche spazio emotivo e simbolico.
Uno degli aspetti più riusciti di Dune è il modo in cui Villeneuve affronta l’enorme complessità del romanzo di Herbert.
L’adattamento è molto fedele all’opera letteraria, pur non seguendola pedissequamente ed effettuando alcuni piccoli cambiamenti. Inevitabilmente, alcune tematiche e certi personaggi vengono ridimensionati, o addirittura sacrificati, senza che questo rappresenti un reale problema per l’economia della storia principale.
La vera sfida, del resto, era riuscire a trasformare un’opera caratterizzata anche da una forte componente introspettiva e da un continuo flusso di coscienza in un racconto cinematografico capace di comunicare attraverso le immagini.
Villeneuve riesce a semplificare efficacemente il materiale di partenza, tramutando il flusso di coscienza che caratterizza il romanzo di Dune in una spettacolare narrazione per immagini. È una scelta che non impoverisce necessariamente il testo di Herbert, ma lo traduce in un linguaggio differente, quello propriamente cinematografico.
Interessantissima e azzeccata è anche la scelta di tenere l’Impero sostanzialmente fuori campo, facendolo in questo modo percepire come una forza lontana e irraggiungibile, capace di tessere indisturbata le fila dell’intero universo. Anche ciò che non vediamo, dunque, assume un peso enorme all’interno del racconto.
A rendere Dune un’esperienza così imponente contribuiscono anche scelte di casting azzeccate, oltre che intelligenti, che permettono di dare corpo a un universo narrativo popolato da personaggi estremamente riconoscibili.
Ma è soprattutto sul piano tecnico che il film assume una dimensione monumentale. Dune è un’opera cinematografica totale, costruita per essere vissuta sul grande schermo e capace di sfruttare ogni elemento del linguaggio audiovisivo per restituire la scala del mondo immaginato da Herbert.
Le immagini, il suono, la musica, la fotografia e la costruzione degli spazi concorrono alla creazione di un’esperienza immersiva in cui Arrakis non sembra semplicemente un pianeta da osservare, ma un luogo da attraversare.
È proprio questa capacità di trasformare un universo complesso in pura esperienza visiva e sonora a rendere il film una delle opere più compiute della filmografia di Villeneuve.
Il film presenta tematiche incredibilmente attuali: potere, colonialismo, religione, sfruttamento delle risorse, rapporto tra uomo e ambiente, manipolazione del consenso e costruzione del mito sono tutti elementi che continuano a parlare al presente, nonostante la storia di Herbert appartenga a un immaginario apparentemente lontanissimo.
In questo senso, Dune è una storia senza tempo, trasposta sullo schermo con straordinaria efficacia da un regista che sembra aver trovato nel materiale di Herbert una naturale prosecuzione delle proprie ossessioni cinematografiche.
Che si trattasse della prima parte di un dittico non è mai stato un mistero. Dopo la visione di questo film, però, un sequel non appare semplicemente auspicabile: è necessario.
Perché il viaggio di Paul è appena cominciato e, dopo averci condotti fino ad Arrakis, Villeneuve ci lascia esattamente dove una grande storia dovrebbe lasciare il proprio spettatore: con la sensazione che il vero viaggio debba ancora iniziare.
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