Recensione
Del romanzo di partenza non conosco nulla, ma ho come l’impressione che anche a Ridley Scott interessasse ben poco. Quello che il regista realizza con The Dog Stars è, in sostanza, un western post-apocalittico. Lo è nelle ambientazioni, nel rapporto tra ciò che resta della civiltà e una natura ormai spietata e selvaggia, ma anche nelle sue declinazioni più contemporanee e, per certi versi, estremamente attuali.
Il mondo raccontato da The Dog Stars è infatti dominato dalla necessità di difendere il proprio territorio, dalla conservazione di confini netti e dalla progressiva scomparsa dell’empatia. In questo scenario, la sopravvivenza sembra aver preso il posto della convivenza e l’altro è diventato, prima di tutto, una potenziale minaccia.
È una dinamica tipica del cinema post-apocalittico, ma Scott la utilizza per costruire una riflessione che va oltre la semplice lotta per la sopravvivenza. In un mondo in cui le strutture sociali sono crollate, anche il rapporto con gli altri esseri umani sembra essersi trasformato: non ci sono possibilità di ricostruzione, solo pericoli da cui proteggersi.
Il protagonista si muove, ovviamente, in contrasto con queste dinamiche. Valica i confini e cerca faticosamente di guardare avanti, pur rimanendo profondamente ancorato al passato e a ciò che ha perduto. È un personaggio sospeso tra due dimensioni: da una parte il mondo che non esiste più, dall’altra un futuro che non riesce a immaginare fino in fondo.
E si sente davvero libero soltanto in cielo, dove non esistono confini da preservare o difendere. Lontano da ciò che resta della civiltà, può finalmente sottrarsi a quelle regole che hanno trasformato gli esseri umani in qualcosa che, di civile e di umano, sembra avere ormai ben poco.
È proprio attraverso l’incontro con un’anima affine che troverà però la forza di andare avanti. Un legame che gli permette di recuperare, insieme alla speranza, anche quella dimensione umana che il mondo post-apocalittico sembra aver progressivamente cancellato. La sopravvivenza, quindi, smette di essere un fine sufficiente: per continuare a vivere è necessario avere qualcuno con cui condividere quel futuro.
The Dog Stars non è un’opera particolarmente nuova né originale, ma non è nemmeno così scontata o banale. Ridley Scott affronta il film con la mano esperta e sapiente che lo contraddistingue, costruendo un racconto di fantascienza post-apocalittica che trova soprattutto nella componente visiva il proprio punto di forza.
È proprio lo sguardo del regista a dare al film una dimensione ulteriore. Più che nelle idee, non sempre sorprendenti, The Dog Stars trova la propria forza nel modo in cui Scott osserva questo mondo e ciò che ne rimane: dall’alto.
Le splendide vedute aeree sono probabilmente ciò che rimane più impresso, restituendo alla natura una dimensione insieme spettacolare e minacciosa. Dall’alto, i confini costruiti dagli uomini scompaiono; ciò che resta è un paesaggio immenso, nel quale la civiltà appare marginale.
In questo senso, The Dog Stars si inserisce perfettamente nella lunga riflessione di Ridley Scott sul rapporto tra uomo, natura, tecnologia e sopravvivenza, confermando ancora una volta quanto il suo cinema sappia trovare nella potenza delle immagini uno dei suoi strumenti espressivi più efficaci.
Ne ho parlato anche nel podcast
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