Recensione
Dopo aver visto Digger, credo di poter affermare che sia non solo uno dei film più centrati di Alejandro González Iñárritu, ma anche uno dei più lucidi che abbia visto ultimamente. Un’opera che, attraverso una messa in scena volutamente artificiosa e provocatoria, riesce a raccontare con sorprendente chiarezza le contraddizioni di un’umanità incapace di sottrarsi ai meccanismi che la stanno portando alla distruzione.
Un impianto che può spiazzare e persino respingere, soprattutto chi ha una visione molto limitata del cinema, inteso tanto come mezzo quanto come forma di espressione artistica. Perché Digger non cerca necessariamente di costruire un mondo credibile secondo le convenzioni del realismo cinematografico. Al contrario, sembra voler mettere continuamente in discussione quelle stesse convenzioni, rendendo evidente la natura artificiale di ciò che stiamo guardando.
Ed è proprio in questa scelta che, a mio avviso, risiede una delle intuizioni più interessanti del film.
Iñárritu svela quasi subito il proprio artificio, ben prima della conclusione del primo atto. In realtà, lo dichiara fin dall’inizio: Digger si apre letteralmente con un sipario che si alza.
Un’immagine che, più che un semplice espediente stilistico, rappresenta una vera e propria dichiarazione d’intenti. Il regista sgombra immediatamente il campo da qualsiasi dubbio sulla natura della rappresentazione, utilizzando proprio questa consapevolezza per rafforzare la farsa dell’umanità che intende mettere in scena.
Digger è, a tutti gli effetti, un grande ballo in maschera. Ogni personaggio sembra partecipare a una rappresentazione collettiva, muovendosi all’interno di un mondo in cui la distinzione tra realtà e finzione ha ormai perso qualsiasi significato. E tutto questo trova una propria giustificazione nel fatto che il film si presenti, sostanzialmente, come uno spettacolo teatrale.
Ma c’è un ulteriore livello di lettura che rende particolarmente interessante questa costruzione: gli spettatori ultimi dello spettacolo non sono quelli che si trovano all’interno del film, bensì quelli che siedono dall’altra parte dello schermo.
Siamo noi.
Siamo noi ad assistere alla rappresentazione di un disastro che potrebbe ancora verificarsi o che, forse, si è già verificato senza che ce ne siamo realmente accorti. Ed è proprio questa ambiguità temporale a rendere la riflessione di Iñárritu così inquietante: Digger non sembra raccontare soltanto un futuro distopico, ma una condizione che appartiene già al nostro presente.
L’artificio teatrale, dunque, non serve ad allontanarci dalla realtà, ma paradossalmente ad avvicinarci a essa. La finzione viene dichiarata, esibita e continuamente sottolineata, proprio perché ciò che conta non è credere alla verosimiglianza di quel mondo, ma riconoscere quanto quel mondo ci assomigli.
Al centro di Digger c’è un’umanità complice di un disastro ormai avvenuto, ma ancora schiava di quello stesso sistema autodistruttivo che ha contribuito a provocarlo.
Un sistema che continua ad alimentare persino dopo l’apocalisse, sempre in nome del profitto.
È forse questo l’aspetto più lucido e spietato del film di Alejandro G. Iñárritu: l’idea che neppure la catastrofe sia sufficiente a interrompere i meccanismi che l’hanno generata. Non esiste una vera presa di coscienza collettiva, né una volontà concreta di cambiare direzione. Anche quando tutto è ormai compromesso, l’unica risposta sembra essere quella di continuare a comportarsi esattamente come prima.
Un mondo al collasso, abitato da un’umanità che aveva gli strumenti per salvarsi, ma che ha scelto di non farlo.
E che, soprattutto, continua a non farlo.
La distruzione non produce necessariamente consapevolezza. Al contrario, può diventare semplicemente una nuova condizione alla quale adattarsi, un altro elemento da integrare nella quotidianità senza mettere davvero in discussione le responsabilità individuali e collettive.
In questo senso, la critica al sistema economico e sociale che emerge da Digger non riguarda soltanto la ricerca del profitto a qualsiasi costo, ma anche la nostra incapacità di immaginare un’alternativa. Persino quando quel sistema ha già dimostrato di essere insostenibile, continuiamo a considerarlo l’unico possibile.
Il mondo va in scena ogni giorno. La realtà e la sua rappresentazione si confondono e si sovrappongono continuamente, fino a diventare quasi indistinguibili.
È un meccanismo che conosciamo fin troppo bene: ogni evento, persino il più drammatico, può essere trasformato in uno spettacolo. Basta individuare qualche attore su cui concentrare le nostre reazioni, qualcuno da applaudire o condannare, per avere l’impressione di aver elaborato ciò che è accaduto.
E così anche la catastrofe può essere superata, almeno nella nostra percezione, come se non fosse mai avvenuta. Non importa che il mondo attorno a noi sia devastato: ciò che conta è che la rappresentazione continui, che ci sia sempre qualcosa di nuovo verso cui indirizzare l’attenzione.
In Digger, questa sovrapposizione tra spettacolo e realtà diventa il cuore stesso della riflessione. Iñárritu sembra suggerire che la nostra capacità di adattamento, normalmente considerata una risorsa, possa trasformarsi nella più grande delle nostre debolezze.
Ci abituiamo a tutto. Anche a ciò che dovrebbe risultarci intollerabile.
Ci abituiamo alla distruzione, alle ingiustizie, alle contraddizioni di un sistema che sappiamo essere profondamente sbagliato. E proprio perché siamo capaci di normalizzare qualsiasi cosa, finiamo per perdere la necessità di reagire.
È qui che il pessimismo del film raggiunge, secondo me, il suo punto più radicale. Non siamo condannati perché incapaci di riconoscere il disastro, ma perché possiamo riconoscerlo perfettamente e decidere comunque di non cambiare nulla.
C’è poi un ultimo aspetto che rende la riflessione di Digger particolarmente interessante, soprattutto considerando la natura così dichiaratamente artistica e teatrale dell’opera.
Iñárritu sembra arrivare a mettere in discussione persino il potere riflessivo dell’arte.
Non lo nega completamente, perché la capacità del cinema di suscitare interrogativi, provocare reazioni e modificare temporaneamente il nostro sguardo sulla realtà continua a esistere. Ma ne ridimensiona drasticamente la portata.
Nel migliore dei casi, quella consapevolezza è transitoria. Possiamo assistere a uno spettacolo, riconoscere le contraddizioni che denuncia, sentirci coinvolti e persino indignarci. Ma cosa rimane di tutto questo una volta che il sipario si chiude?
Quanto dura davvero quella presa di coscienza prima che torniamo ad alimentare gli stessi meccanismi che abbiamo appena visto criticare?
È una domanda che finisce inevitabilmente per coinvolgere anche noi spettatori. Perché Digger non si limita a mettere in scena un’umanità incapace di cambiare, ma ci costringe a interrogarci sulla nostra posizione rispetto a quella rappresentazione.
Il rischio è che persino un’opera costruita per denunciare l’assurdità del nostro comportamento finisca per diventare soltanto un altro spettacolo da consumare, commentare e infine dimenticare.
Ed è forse proprio questa la contraddizione più amara che Iñárritu porta sullo schermo: utilizzare il cinema per raccontare quanto possa essere insufficiente il cinema stesso.
Per questo considero Digger uno dei suoi film più lucidi. Non perché offra risposte o possibili vie d’uscita, ma perché porta fino alle estreme conseguenze una riflessione profondamente pessimista sulla nostra capacità di riconoscere il disastro senza fare nulla per evitarlo.
Il sipario si apre, lo spettacolo comincia e il mondo continua a crollare. Noi, intanto, restiamo a guardare.
Ne ho parlato anche nel podcast
Film Runner Podcast
Ne parlo anche qui