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Locandina di Dancer in the Dark 4.5
Dancer in the Dark (2000) · © Istituto Luce

Recensione

Dancer in the Dark- La recensione del film

4.5 / 5 2000 Regia di Lars von Trier Visto il 16 settembre 2025

Il sogno americano è, per l’appunto, solo un sogno. E non è un caso che Selma incontri il suo triste destino proprio nella famigerata “terra delle opportunità”. È qui, nell’America profonda in cui è emigrata dalla Repubblica Ceca, che la protagonista di Dancer in the Dark perde definitivamente la vista, mentre cerca disperatamente di mettere da parte il denaro necessario per evitare che lo stesso destino tocchi a suo figlio Gene.

Lars von Trier costruisce così un dramma musicale che prende le convenzioni del musical hollywoodiano e le ribalta completamente, trasformandole in uno strumento per raccontare una realtà spietata, nella quale non sembra esserci spazio per la bontà, la debolezza o l’ingenuità.

In un mondo come quello descritto dal regista danese, è il denaro a determinare il nostro valore. E non c’è vera possibilità di sopravvivenza se non ci si conforma alle regole di questo sistema.

Dancer in the Dark e il fallimento del sogno americano

Selma, però, è incapace di adeguarsi. La sua bontà diventa la sua più grande debolezza e la sua ingenuità la espone inevitabilmente alla violenza degli altri. Il mondo che la circonda non sembra disposto a concederle alcuna possibilità e, proprio per questo, il suo desiderio di salvare il figlio assume progressivamente i contorni di una lotta impossibile.

Gene, al contrario, può ancora avere una possibilità di sopravvivenza. La sua salvezza passa attraverso un’operazione, ma anche attraverso un atto che implica, simbolicamente, la conformazione al “vedere comune”: alla visione cinica e spietata del mondo che lo circonda.

Non è un caso che il ragazzo mostri un certo attaccamento alle cose materiali e una fascinazione per le armi. Sono piccoli segnali che suggeriscono la possibilità di un futuro nel quale, per poter sopravvivere, sarà necessario imparare a vedere il mondo esattamente come lo vedono tutti gli altri.

Forse, però, Selma non desidera davvero salvarsi.

Nonostante la paura, vuole continuare a sognare. E in quel mondo non le è più possibile farlo.

È lei stessa a dirlo: ha già visto tutto. Non c’è più niente da scoprire, niente da sperare per sé. La sua cecità, quindi, assume un significato che va ben oltre la condizione fisica del personaggio.

Selma è cieca, ma è paradossalmente l’unica in grado di vedere il mondo per quello che dovrebbe essere.

Solo nella sua mente, però.

Lars von Trier trasforma il musical in un incubo

È qui che si trova una delle intuizioni più forti di Dancer in the Dark. Lars von Trier prende il musical, genere tradizionalmente associato alla fuga dalla realtà, alla leggerezza e alla possibilità di trasformare la vita attraverso la musica, e lo ribalta completamente.

Il musical diventa una fuga mentale, un universo parallelo nel quale Selma può ancora immaginare una realtà diversa. I rumori della quotidianità, persino quelli opprimenti della fabbrica, si trasformano nella sua mente in musica e ritmo. La fantasia non è quindi un semplice elemento estetico: è l’unico spazio nel quale Selma può ancora essere libera.

Ed è proprio per questo che il contrasto con il mondo reale è così brutale.

La vera oscurità non è quella che progressivamente avvolge Selma, ma quella che avvolge il mondo reale.

Von Trier costruisce un vero e proprio anti-musical, utilizzando il linguaggio del genere per negarne progressivamente le promesse. Nel musical classico, quando la realtà diventa insopportabile, si può sempre cantare e ballare per trasformarla. In Dancer in the Dark, invece, la musica non riesce a salvare nessuno. Il sogno non modifica la realtà e non esiste necessariamente un lieto fine ad aspettare il protagonista dietro l’ultima canzone.

È una scelta ancora più potente perché il regista costruisce questa dimensione musicale attraverso un linguaggio visivo lontanissimo dalla tradizione hollywoodiana. Le sequenze musicali furono girate con un enorme numero di videocamere digitali, privilegiando una percezione frammentata, istintiva e quasi casuale del movimento. Una soluzione formalmente radicale che contribuì a rendere il film un’opera difficilmente assimilabile al musical tradizionale.

E poi c’è Björk.

La sua performance nei panni di Selma è semplicemente straordinaria. Una delle migliori interpretazioni attoriali degli ultimi venticinque anni. Non è soltanto una questione di intensità, ma della capacità di rendere credibile una protagonista continuamente sospesa tra la realtà e il proprio mondo interiore.

Björk riesce a trasformare la fragilità di Selma in qualcosa di concreto, quasi fisico, rendendo ancora più doloroso il contrasto tra la sua innocenza e la crudeltà dell’ambiente che la circonda. Non a caso, per questa interpretazione vinse il premio come Miglior Attrice al Festival di Cannes del 2000, mentre Dancer in the Dark si aggiudicò la Palma d’Oro.

Ed è forse proprio questa la grande tragedia del film di Lars von Trier: Selma continua a sognare mentre tutto intorno a lei le dimostra che il sogno non può esistere.

Dancer in the Dark parla quindi di cecità, ma soprattutto di come scegliamo di vedere il mondo. Selma perde gli occhi, ma conserva la capacità di immaginare. Gli altri, invece, continuano a vedere perfettamente eppure sembrano incapaci di guardare davvero.

E alla fine, forse, è proprio questo il senso più doloroso del film: la persona che non può più vedere è l’unica che continua a sognare un mondo diverso.