Recensione
Eddington è un film polarizzante, uno di quei film che si amano o si detestano, ma che certamente non lasciano indifferenti. E forse, considerando ciò che Ari Aster ha cercato di raccontare, non potrebbe essere altrimenti.
Il regista lo ha presentato come un film profondamente contemporaneo: non soltanto per i temi affrontati, ma anche per il linguaggio utilizzato. E questo si percepisce immediatamente. Eddington è un film che respira il nostro presente, che vive dentro il nostro tempo e prova a catturarne le contraddizioni, le ossessioni e soprattutto le paure. È ambientato nel maggio del 2020, nel pieno della pandemia di Covid-19, ma il suo sguardo va ben oltre quel momento storico, arrivando direttamente all’America di oggi e al modo in cui internet e social network hanno modificato la percezione della realtà.
Da molti definito un “western moderno”, Eddington in realtà non appartiene a nessun genere preciso. È western, commedia nera, satira politica, thriller e, in alcuni momenti, persino horror. E forse è proprio questa impossibilità di incasellarlo a rappresentarne una delle principali forze. Aster prende elementi appartenenti a generi diversi e li mette al servizio di un racconto che vuole soprattutto fotografare il caos del presente.
Come sempre nel cinema di Aster, anche in Eddington la famiglia torna a essere un luogo di disagio e di conflitto. Qui, però, la dimensione familiare si inserisce all’interno di un contesto ancora più ampio: un mondo nel quale le persone, pur vivendo fisicamente vicine, non sono mai davvero connesse.
Ognuno è isolato nel proprio schermo, nel proprio algoritmo, nella propria bolla informativa e, in definitiva, nella propria solitudine. Il telefono diventa così una sorta di estensione del personaggio: non è semplicemente uno strumento attraverso cui comunicare, ma il filtro attraverso il quale ciascuno costruisce e interpreta la propria realtà. Aster arriva persino a trasformare gli schermi degli smartphone in veri e propri elementi della composizione cinematografica, dando forma visiva alla nostra dipendenza dall’universo digitale.
In questo senso, la paranoia che avevamo già visto esplodere in Beau ha paura si fa qui corale. La paura non appartiene più a un singolo individuo, ma diventa una condizione condivisa, collettiva.
Ed è proprio la pandemia a diventare la metafora perfetta di questo processo. Il Covid rappresenta una malattia invisibile che contamina la mente prima ancora del corpo: il virus peggiore non è necessariamente quello biologico, ma quello sociale generato dalla disinformazione, dall’odio, dalla paura e dalla dipendenza dai dati.
Le persone non condividono più una realtà comune. Ognuno riceve informazioni differenti, filtrate dai propri algoritmi, e finisce per vivere all’interno di una versione della realtà costruita su misura. Le teorie del complotto, la polarizzazione politica e l’attivismo sui social diventano così manifestazioni diverse dello stesso problema: l’impossibilità di comunicare davvero con chi si trova dall’altra parte. È una delle idee centrali attraverso cui Aster guarda alla società americana contemporanea.
Non è quindi un caso che uno degli elementi centrali di Eddington sia proprio un data center in costruzione.
È un’immagine potentissima: una gigantesca infrastruttura tecnologica che incombe sulla piccola comunità e che sembra rappresentare un futuro ormai impossibile da fermare. Un mondo che archivia tutto, raccoglie tutto, registra tutto, ma che paradossalmente sembra aver perso la capacità di ricordare davvero qualcosa.
Il data center diventa così il simbolo di una società sempre più governata dai dati e dagli algoritmi, mentre le persone continuano a combattersi tra loro, spesso senza rendersi conto di ciò che accade al di sopra delle loro teste. Lo stesso Aster ha spiegato di considerare la costruzione del data center il vero fulcro del film, collegandolo al tema del potere e alla nostra crescente perdita di controllo sulle informazioni.
Alla fine, Eddington potrebbe davvero essere, come ha ironizzato lo stesso Aster, soltanto “un film sulla costruzione di un data center”. Ma in realtà è molto di più.
È una fotografia grottesca, ma incredibilmente plausibile, di un’America malata, attraversata da una trasformazione profonda: fake news, fanatismo religioso, attivismo social, teorie cospirazioniste, polarizzazione politica e una crescente incapacità di distinguere ciò che è reale da ciò che viene costruito e alimentato attraverso gli schermi.
E forse è proprio questo il punto più interessante del film: Aster non racconta un mondo completamente diverso dal nostro. Racconta un mondo che riconosciamo fin troppo bene.
Eddington è quindi un film sull’umanità che si disgrega, sul nostro presente iperconnesso e allo stesso tempo terribilmente solitario. Un film nel quale la tecnologia avrebbe dovuto avvicinarci, ma che finisce per mostrarci quanto siamo diventati bravi a costruire nuove forme di distanza.
Ed è, ancora una volta, un film sulla paura.
Non quella che ti fa sobbalzare sulla sedia, non necessariamente quella dell’horror tradizionale, ma quella paura più quotidiana e difficile da eliminare: la paura di non essere visti, capiti, ascoltati, amati.
Forse Eddington verrà rivalutato con il tempo. Per me, è un film importante già oggi.
Ne ho parlato anche nel podcast
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