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Locandina di First Man - Il primo uomo 4
First Man - Il primo uomo (2018) · © Universal Pictures

Recensione

First Man - Il primo uomo- La recensione del film

4 / 5 2018 Regia di Damien Chazelle Rivisto il 06 aprile 2026

È un film fatto di vuoti da colmare, First Man - Il primo uomo.

Quelli della continua rincorsa ai sovietici nel programma lunare, nel pieno della corsa allo spazio che trasforma la conquista della Luna in una delle più grandi sfide tecnologiche e politiche del Novecento. Quelli delle perdite inevitabili: vite umane spezzate, corpi spinti oltre il limite e sacrificati per una causa più grande, in nome di un obiettivo che sembra continuamente spostarsi un po’ più avanti.

Ma nel film di Damien Chazelle esiste anche un vuoto molto più intimo e doloroso, quello che si apre tra un marito e una moglie dopo la perdita della propria figlia.

È proprio attorno a questi vuoti, collettivi e personali, che si costruisce First Man, film che racconta la storia di Neil Armstrong e della missione che lo porterà a diventare il primo uomo a mettere piede sulla Luna, ma che utilizza l’impresa spaziale per raccontare soprattutto qualcosa di profondamente umano.

First Man: il vuoto della Luna e quello del dolore

Al centro della storia c’è un uomo che sembra assumersi il peso di riempire tutti questi vuoti.

La missione non è soltanto collettiva, non riguarda esclusivamente la NASA, la competizione con l’Unione Sovietica o la conquista dello spazio. È, per Armstrong, profondamente personale. Il compimento di un’impresa destinata a entrare nella storia dell’umanità diventa allo stesso tempo un tentativo di esorcizzare un trauma.

Il dolore per la perdita della figlia non viene semplicemente superato, né tantomeno cancellato. Rimane lì, come un’assenza che continua a occupare spazio. Armstrong sembra allora cercare una distanza diversa per poterlo affrontare, spingendosi letteralmente sempre più lontano dalla Terra.

È come se per guardare quel dolore fosse necessario cambiare radicalmente prospettiva.

Perché vista dalla Luna, la Terra smette di sembrare così grande.

Ed è forse questa una delle intuizioni più potenti di First Man - Il primo uomo. Chazelle non racconta soltanto la conquista di un territorio sconosciuto, ma il tentativo di un uomo di allontanarsi dalla propria dimensione quotidiana per riuscire, paradossalmente, a guardarla con occhi nuovi.

Neil Armstrong e il peso di un’impresa impossibile

Il percorso di Neil Armstrong, interpretato da Ryan Gosling, viene così raccontato senza trasformarlo nel classico eroe cinematografico.

È un uomo estremamente controllato, quasi incapace di verbalizzare ciò che prova, che porta dentro di sé un dolore che non riesce davvero a condividere. La sua apparente freddezza diventa allora parte integrante del personaggio e del modo in cui affronta ciò che gli accade.

Attorno a lui, Chazelle costruisce un mondo nel quale la morte è una possibilità costante. I test, gli incidenti, le missioni e gli addestramenti ricordano continuamente quanto fragile sia il confine tra l’ambizione umana e la possibilità del fallimento.

Il corpo degli astronauti viene spinto oltre ogni limite, sottoposto a forze, accelerazioni e condizioni che sembrano incompatibili con la normale esperienza umana. Eppure è proprio attraverso quel corpo che l’uomo tenta di superare i propri confini.

La corsa verso la Luna diventa quindi anche una corsa contro il limite.

E ogni perdita contribuisce ad aumentare il peso dell’obiettivo finale: raggiungere quel luogo che, fino a pochi anni prima, apparteneva soltanto all’immaginazione.

Damien Chazelle e la vera intuizione di First Man

È qui che emerge la vera intuizione di Damien Chazelle, tra i cineasti più lucidi e intelligenti del panorama contemporaneo.

Il regista prende una delle imprese più celebrate della storia dell’umanità e la sottrae, almeno in parte, alla retorica della celebrazione. Lo sbarco sulla Luna non viene presentato soltanto come il trionfo della tecnologia, dell’ingegno e della volontà umana, ma come il punto di arrivo di una lunga serie di fallimenti, perdite e sacrifici.

Dietro il gesto apparentemente più grande si nasconde così una somma di dolori molto piccoli e molto concreti.

E il film trova la propria forza proprio nel mettere in relazione queste due dimensioni: quella monumentale della missione Apollo 11 e quella minuscola, privata e quasi invisibile di un uomo che cerca di convivere con una perdita.

Per quanto devastante, allora, cosa rappresenta quel dolore di fronte all’immensità dello spazio?

La domanda non serve a sminuirlo, ma a inserirlo in una prospettiva diversa. L’infinito non cancella il dolore, ma può modificarne la percezione. La distanza diventa uno strumento attraverso cui provare a guardare ciò che da vicino sembra impossibile da sostenere.

First Man - Il primo uomo è quindi un film sulla conquista della Luna solo in superficie. Nel profondo, è un film sulla perdita, sull’assenza e sul tentativo umano di trovare un modo per attraversarle.

Ed è proprio questa capacità di trasformare un’impresa storica in una riflessione intima a rendere il film di Chazelle così potente: la Luna, alla fine, non è soltanto la destinazione della missione. È la distanza necessaria per poter tornare a guardare la Terra.