Recensione
Già dal titolo, La zona d’interesse ci invita a riflettere su dove indirizzare la nostra attenzione. Qual è, realmente, la “zona” sulla quale scegliamo di concentrare il nostro sguardo? E soprattutto: cosa accade a tutto ciò che decidiamo di lasciare fuori dal nostro campo visivo?
È una domanda che Jonathan Glazer pone fin dai primi istanti del film, attraverso una scelta tanto semplice quanto radicale: lo schermo nero. Prima ancora che le immagini inizino a raccontare la storia, il regista sembra suggerire allo spettatore di focalizzarsi sul suono piuttosto che sull’immagine.
Rumori, voci, spari e lamenti provenienti costantemente dal fuori campo diventano così i veri protagonisti della storia. Ciò che non vediamo è continuamente presente attraverso ciò che sentiamo.
È proprio in questa opposizione tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane fuori campo che La zona d’interesse trova la propria forza.
Glazer costruisce un film nel quale l’orrore non viene quasi mai mostrato direttamente, ma è costantemente percepibile. Il campo visivo rimane apparentemente tranquillo, ordinario, persino rassicurante, mentre al di là di quello spazio accade qualcosa di terribile.
La quotidianità dei protagonisti procede indisturbata. La casa, il giardino, i momenti familiari e le semplici attività di ogni giorno sembrano appartenere a un mondo separato. Eppure quel mondo è fisicamente adiacente all’orrore.
Il risultato è straniante proprio perché obbliga lo spettatore a fare i conti con una realtà che i personaggi scelgono di non guardare.
Il film si rivela così rivoluzionario nel suo intento di sottolineare l’importanza del suono e negare la supremazia delle immagini. In un cinema nel quale siamo ormai abituati a vedere tutto, Glazer sceglie di sottrarre invece di mostrare, trasformando l’assenza dell’immagine in una presenza ancora più potente.
Il suono diventa quindi ciò che rompe continuamente la superficie apparentemente pacifica delle immagini.
La zona d’interesse non è semplicemente un film sull’Olocausto. O meglio, non si limita a raccontare un episodio preciso della storia, ma utilizza quella tragedia per interrogarsi su qualcosa di più universale: la capacità dell’essere umano di convivere con il male e di ignorarlo quando ritiene che non lo riguardi direttamente.
È questa forse la riflessione più inquietante dell’opera.
Il male non viene presentato come qualcosa di necessariamente eccezionale, distante o facilmente riconoscibile. Può convivere con la quotidianità, può diventare rumore di fondo, abitudine, elemento al quale ci si assuefà fino a non farci più caso.
E così il film parla dell’Olocausto, ma contemporaneamente parla anche del presente. Del modo in cui la società moderna sembra aver progressivamente perso la capacità di guardare oltre se stessa, di prestare attenzione a ciò che accade al di fuori del proprio spazio personale.
Non è necessario essere direttamente coinvolti perché qualcosa ci riguardi.
La zona d’interesse si distingue proprio per la capacità di mettere in discussione la percezione dello spettatore.
Glazer non ci permette di assistere comodamente agli eventi da una distanza di sicurezza. Al contrario, ci costringe ad ascoltare ciò che non vediamo e a riconoscere la nostra stessa tendenza a concentrare l’attenzione soltanto su ciò che entra nel nostro campo visivo.
Il film diventa quindi una riflessione sullo sguardo e sulla responsabilità individuale di fronte alle ingiustizie.
Dove scegliamo di guardare? Cosa scegliamo di ignorare? E quanto è facile convincersi che qualcosa non ci riguardi semplicemente perché avviene al di là del nostro campo visivo?
Sono interrogativi che rendono il film di Jonathan Glazer profondamente contemporaneo. Perché l’orrore non appartiene soltanto al passato e il problema non è esclusivamente quello di riconoscere il male quando si manifesta, ma anche quello di non diventare indifferenti alla sua presenza.
La zona d’interesse è quindi un’opera moderna, potente e attualissima, capace di utilizzare il linguaggio cinematografico in maniera radicale per ricordarci una cosa apparentemente semplice: a volte ciò che scegliamo di non vedere è proprio ciò che dovremmo guardare.